Archive for 17 aprile 2012

Sono aperte le votazioni al controquestionario sul valore legale del titolo di studio

Potete votare a partire da oggi fino al 15 maggio.

http://www.di.unito.it/valorelegale/

Contro-questionario sul valore legale del titolo di studio!

Aggiornamento: il questionario è online e compilabile al link http://www.di.unito.it/valorelegale/ fino al 15 maggio 2012


Chi siamo e perché abbiamo scritto un contro-questionario.

Il valore legale del titolo di studio è un argomento complesso di cui da tempo si discute nel nostro paese. Recentemente il tema è tornato di attualità a seguito di un appello in favore della sua abolizione promosso da alcuni docenti e politici italiani e per il tentativo da parte del governo Berlusconi e di quello presieduto da Monti di abolirlo.

L’attuale governo aveva provato a far passare una norma che aboliva il valore legale all’interno del cosiddetto “pacchetto semplificazioni”, ma in seguito alle numerose proteste provenienti dal mondo accademico e alle contestazioni studentesche che questa idea aveva generato il governo ha ritirato la proposta, rilanciando con una consultazione popolare sul tema per uscire dall’impasse.

Il premier Monti il 27 gennaio 2012 ha quindi annunciato di voler sottoporre a consultazione pubblica il tema del valore legale del titolo di studio, per questo il MIUR ha elaborato un questionario, aperto a tutti i cittadini, per richiedere le loro opinioni in merito sulla questione.

Noi siamo contrari all’abolizione del valore legale del titolo di studio, crediamo infatti che non possa essere visto come un privilegio o un ostacolo alla valutazione delle reali capacità di una persona, ma anzi intendiamo sottolineare come esso serva a far partire tutti dallo stesso punto di partenza senza avvantaggiare nessuno.

Nel settore privato si accede al mercato del lavoro sulla base della valutazione dell’imprenditore. I liberi professionisti sono abilitati da esami di stato, valutazioni nuove e indipendenti dal voto di laurea.

Per le professioni senza ordini, il valore della laurea costituisce una garanzia minima per i cittadini sulle competenze del professionista.

Riteniamo poi importante evidenziare come per quanto concerne invece il settore pubblico, le  amministrazioni non siano obbligate dalla legge ad assumere laureati secondo il voto di laurea. Nella realtà, il valore legale assolve una semplice funzione di requisito soglia per l’accesso ai concorsi pubblici e di eliminazione delle asimmetrie informative nell’utilizzazione della laurea nel mercato del lavoro.

L’abolizione del valore legale del titolo di studio porterebbe ad un impoverimento dei meccanismi di selezione e assunzione all’interno della pubblica amministrazione e eliminerebbe per gli studenti e per i cittadini ogni garanzia derivante dalla certificazione da parte delle università, sottoposte a rigidi criteri ministeriali, della qualità di un percorso di studi. Si rischierebbe così il fiorire di lauree finte e senza certificazioni per l’accesso a determinate professioni, e non si potrebbe avere nessuna garanzia di controllo.

Inoltre l’abolizione del valore legale del titolo di studio avallerebbe ed aumenterebbe il divario già esistente tra gli atenei, differenziandoli tra università di serie A e di serie B: alcuni atenei costosissimi e accessibili a pochi e altri con una formazione di bassa qualità, amplificando notevolmente le disuguaglianze sociali.

Non è un caso che chi oggi in Italia propone questo modello proponga anche la liberalizzazione delle rette universitarie (già tra le più alte d’Europa) e la diffusione su ampia scala del ricorso ai prestiti d’onore. È evidente come queste misure facciano parte dello stesso disegno verso la creazione di un’università per pochi, con forti barriere economiche all’accesso che costringerebbero gli studenti a indebitarsi a vita per pagare delle rette altissime.

Appena abbiamo letto le domande del questionario del MIUR, abbiamo compreso come quella consultazione fosse una “truffa” costruita ai danni dei cittadini. Le domande sono infatti complesse e difficili, mirano a far cadere in contraddizione chi vi risponde e in molti casi indirizzano le risposte verso un’unica direzione che mira ad ottenere per il governo un vasto consenso attorno alla cancellazione del valore legale del titolo di studio.

Inoltre per alcune domande risulta impossibile esprimere un parere contrario alla differenziazione del valore dei titoli di studio, in quanto non è prevista dalla domanda stessa una risposta negativa.

Più che un sondaggio abbiamo ritenuto si trattasse di un plebiscito in favore della posizione del governo.

In assemblea a Bologna, dove ci siamo riuniti il 23-24 marzo per ribadire la nostra volontà di lottare per l’università, abbiamo quindi deciso di redigere un contro-questionario che fosse uno strumento di reale partecipazione democratica.

Le domande che trovate qui di seguito provano ad essere utili a definire i reali problemi dell’università e a cercare degli spunti e delle soluzioni per migliorare il mondo della formazione nel nostro paese.

Crediamo che la valutazione del sistema universitario, costruita in base a criteri scientifici, possa essere un utile strumento volto al miglioramento delle università e in grado di aumentarne la qualità dell’offerta formativa e della ricerca; riteniamo sia sbagliata una valutazione punitiva, come quella svolta fino ad oggi dal ministero, che non aiuta ad individuare le mancanze degli atenei ma mira solamente a diminuire gli stanziamenti economici peggiorando la loro situazione.

Abbiamo intenzione di organizzare banchetti e assemblee nelle scuole, nelle università e nelle città per discutere con le persone e per sottoporre loro il nostro questionario che riteniamo più trasparente ed utile di quello del MIUR. Raccoglieremo le risposte e il 24 aprile 2012, alla chiusura della consultazione per il questionario “truffa” del ministero porteremo tutti i contro-questionari compilati al MIUR per pretendere che le opinioni che abbiamo raccolto in questo mese siano ascoltate!

 

Assemblea per l’università bene comune

Convenzione per una scuola bene comune

 

 

I temi affrontati dal questionario

Abbiamo ritenuto importante elaborare un sondaggio le cui domande si concentrassero sul tema dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, in risposta al questionario “truffa” del Miur.Come abbiamo già esplicitato nell’introduzione, abbiamo però ritenuto utile elaborare anche domande su altri temi che riteniamo più importanti per l’analisi della condizione in cui versa l’università italiana:

 

1)      il diritto allo studio

Oggi in Italia oltre 45.000 studenti non ricevono una borsa di studio per mancanza di fondi. Negli ultimi anni i finanziamenti per il diritto allo studio sono diminuiti (2009 246 mln, 2012 175 mln, previsione 2013 13 mln), il governo per risolvere il problema ha approvato, in un recente atto (numero 436) l’aumento della tassa regionale sul diritto allo studio che passerà da 93,5 euro a 160 euro in media, con possibilità per le regioni di arrivare a 200 euro.

Inoltre i ministri Gelmini e Profumo sostengono, insieme ad alcuni docenti e politici, un massiccio utilizzo nel nostro paese dello strumento del prestito d’onore, come strumento che prevede la possibilità per uno studente di indebitarsi presso un ente statale, ma a partecipazione privata (Fondo per il merito), o una banca per poter ricevere un prestito che gli permetta di studiare e che dovrà rimborsare (con tanto di interessi) dopo aver ottenuto la laurea.

2)       il reclutamento: le assunzioni dei docenti

Il governo nell’ultimo consiglio dei ministri del 23 marzo ha approvato un decreto (numero 437) che ridefinisce il blocco del turn-over negli atenei. Gli atenei che rispetteranno nel modo più accurato possibile i criteri definiti dal MIUR potranno assumere al massimo al netto del 50% più bonus dei fondi liberati dai pensionamenti, gli altri atenei (la maggioranza) avranno dei limiti al 25% o addirittura al 10%. Questo provocherà un danno notevole a causa della mancanza di un numero sufficiente di docenti per tenere aperti tutti i corsi di studio di un ateneo. Inoltre per poter assumere gli atenei dovranno rispettare un vincolo, stabilito dal MIUR, sul  rapporto tra le spese per il  personale e la somma di finanziamento statale e tasse studentesche (in precedenza le tasse studentesche erano escluse da questo calcolo), quindi gli atenei per poter assumere dei docenti saranno indotti ad alzare le tasse agli studenti.

3)      La legge Gelmini (240/2010)

Il precedente ministro, Mariastella Gelmini, elaborò una legge di riforma dell’università, poi approvata (legge 240/2010) contro la quale tutto il mondo universitario (docenti, ricercatori, precari, studenti) si era mobilitato e che prevede l’ingresso dei privati nei consigli di amministrazione degli atenei, la diminuzione degli spazi di democrazia e lo smantellamento delle facoltà.

Abbiamo poi scritto una domanda finale aperta alle valutazioni personali di tutti coloro che parteciperanno al questionario e che speriamo possa essere utile per raccogliere suggerimenti e proposte per migliorare l’università.

 

Buon questionario a tutt*!

 

Domande

piccole note: Vi chiediamo di rispondere a tutti i quesiti elencati, ovviamente non  c’è nessun obbligo di risposta a tutte le domande.

Abbiamo deciso di discutere alcuni dei temi proposti dal governo e altri non toccati del questionario del MIUR riproducendone le motivazioni. Poiché si tratta di domande delicate e complesse abbiamo deciso di includere in ogni domanda una breve spiegazione, che prova a riassumere, sicuramente non riuscendovi appieno, tutte le opinioni possibili. Lo facciamo per desiderio di chiarezza e autoformazione, certi che ognuno, preso atto delle implicazioni di ogni quesito, potrà rispondere come meglio crede.

Vi invitiamo a rispondere anche alle domande aperte per darci un contributo al miglioramento dell’università, nella speranza che questo contro-questionario possa essere utile a svelare gli inganni del ministero e a fare luce sulla situazione reale dell’università italiana.

 

1) Siete favorevoli o contrari all’abolizione del valore legale del titolo di studio?

-        Favorevoli, amplierebbe la concorrenza tra gli atenei migliorando la qualità del sistema formativo italiano, sbloccherebbe l’accesso alle professioni e migliorerebbe l’accesso alla pubblica amministrazione così da selezionare il personale sulla base dell’ateneo o della scuola di provenienza.

-        Contrari, determinerebbe una differenziazione tra atenei di serie A con tasse elevatissime e una formazione di qualità accessibile a pochissimi studenti e atenei di serie B, C, D… con una bassa qualità dell’offerta formativa, provocando così un ulteriore blocco della mobilità sociale in Italia. Inoltre verrebbe meno nel settore pubblico la garanzia di una formazione di base per l’accesso ai concorsi, aumentando il rischio di assunzioni fondate su criteri non trasparenti.

 

Volete rispondere a un questionario più elaborato per argomentare meglio la vostra opinione?

-        NO (se clicchi no si chiude il questionario)

-        SI (se clicchi si ti si aprono le altre 10 domande)

 

2) Oggi per poter sostenere l’esame di stato per una specifica professione (ad esempio quella di avvocato o di notaio), e quindi per poter esercitare, vi è la necessità di possedere uno specifico titolo di studio; che giudizio date di questo sistema?

-        Positivo, per esercitare una determinata professione il titolo di studio è indispensabile, in quanto è un pre-requisito, oggi obbligatorio, a garanzia di professionalità e di competenze certificate, altri tipi di esperienze formative non possono essere sostitutivi di scuola e università.

-        Negativo, limita la libera concorrenza e non permette alle persone che hanno acquisito delle competenze specifiche, indipendentemente dal titolo di studio, di poter svolgere un determinato lavoro.

 

3) Preferite iscrivervi in un’università dove i docenti fanno sia ricerca scientifica sia didattica (teaching and research university), o in una dove i docenti  fanno solamente didattica (teaching university)?

-        Preferisco iscrivermi in un’università dove i docenti svolgono attività di ricerca e di didattica.

-        Preferisco iscrivermi in un’università dove i docenti svolgono solamente attività di didattica.

 

4) Oggi i titoli i studio hanno lo stesso valore su tutto il territorio nazionale, ritenete corretto questo modello?

-        Sì, è una garanzia della qualità e certificazione del processo formativo e impedisce che vi sia una differenziazione che discriminerebbe gli studenti, una volta terminato il proprio percorso di studio, in base all’ateneo di provenienza.

-        No, serve diversificare il valore del titolo di studio perché se esiste una differente qualità delle università, questa va riconosciuta e incoraggiata per premiare alcuni atenei e incentivare fortemente gli altri al miglioramento.

 

5) Ritenete preferibile avere pochi atenei d’eccellenza nel paese, con servizi più costosi e contribuzione studentesca più alta, oppure molti atenei di certificata qualità, distribuiti in maniera omogenea e accessibili sul territorio nazionale?

-        Pochi atenei d’eccellenza

-        Molti atenei di certificata qualità

 

6) Ritenete che la discussione sul valore legale del titolo di studio sia la priorità per il sistema universitario italiano?

-       

-        No, credo che le priorità siano altre:

(selezionate fino ad un massimo di tre delle altre priorità)

-        il diritto allo studio

-        la definizione dei parametri per la valutazione della ricerca e della didattica.

-        il ripensamento del rapporto tra l’università e la società

-        le tasse universitarie troppo alte

-        la lotta al baronato universitario

-        il miglioramento della qualità della didattica

-        la necessità di porre rimedio all’insufficienza delle strutture (aule, laboratori)

-        l’aumento del finanziamento dell’università pubblica, per raggiungere i livelli medi europei

-        il miglioramento delle condizioni e delle prospettive lavorative dei ricercatori e docenti precari

-        l’eliminazione del numero chiuso

-        una reale democratizzazione del governo delle università

-        altro (specificare, max 1000 caratteri)

 

7) Quali sono le vostre opinioni in merito al mantenimento o all’abolizione del valore legale, quali suggerimenti e proposte avete?

(massimo 1000 caratteri)

 

8 ) Come giudicate l’atto del governo numero 436 che alza le tasse regionali sul diritto al diritto allo studio ?

-        Positivamente, per recuperare i finanziamenti necessari a coprire tutte le borse è necessario attingere anche dagli studenti, che devono contribuire in misura maggiore al finanziamento del diritto allo studio.

-        Negativamente, gli studenti sono già i maggiori finanziatori del sistema di diritto allo studio italiano, in quanto contribuiscono per una cifra superiore a quella versata dallo stato e dalle regioni; inoltre è ingiusto che per garantire un diritto che oggi sembra sempre di più un privilegio si aumentino le tasse agli studenti e si diminuiscano i servizi come sta avvenendo in molte regioni italiane. Lo stato dovrebbe garantire la copertura totale delle borse di studio e tutti i servizi, come avviene in tutti i paesi europei che investono molto di più sul diritto allo studio.


9) Siete favorevoli o contrari alle nuove regole per il reclutamento del personale, previste nell’atto del governo 437, che impongono dei limiti alle assunzioni all’università, che comporteranno una drastica diminuzione del numero dei docenti e che legano la possibilità degli atenei di assumere anche all’aumento della contribuzione studentesca?

-        Favorevoli, vista la mancanza di fondi per l’istruzione solo attraverso l’aumento delle tasse universitarie si può rilanciare e rifinanziare l’università, inoltre è necessario diminuire il personale in quanto è importante tagliare la spesa pubblica.

-        Contrari, perché così facendo si costruisce  un’ università con sempre meno docenti, visti i limiti imposti alle assunzioni, e questo determinerà una diminuzione dei corsi e una conseguente riduzione  degli iscritti all’università.

Inoltre è sbagliato legare la possibilità di assumere ad un rapporto determinato anche dal livello della tassazione studentesca: si rischierà seriamente l’aumento delle tasse in molti atenei, poiché solamente così le università potranno assumere nuovi docenti per mantenere aperti i corsi. Si rischia inoltre di penalizzare maggiormente alcuni atenei, spesso situati al sud, a scapito di altri. Lo stato deve garantire il finanziamento all’università, raggiungendo la media europea e non tagliare i fondi, come avvenuto negli ultimi anni (1,5 Mld in 5 anni), inducendo gli atenei ad aumentare delle tasse.

 

10) Come giudicate la legge Gelmini (240/2010) ad un anno di distanza?

-        Positivamente, una legge che riorganizzasse il sistema universitario era indispensabile e utile a limitare il potere dei baroni, inoltre i privati nei consigli di amministrazione potranno garantire una fonte di finanziamento alle università.

-        Negativamente, in quanto è una legge che ha privatizzato l’università, trasformandola sempre di più da istituzione pubblica in azienda. Gli enti privati possono finanziare l’università ma non dovrebbero poter decidere, come accade con la legge Gelmini: sedendo in un Cda con pieni poteri decideranno quali corsi aprire, chi assumere, quali sedi chiudere… Inoltre la riduzione degli spazi di democrazia in università e la conseguente riduzione dei numeri dei componenti degli organi accademici aumenterà il potere dei baroni e dei rettori che non dovranno rendere conto a nessuno.

Se lo ritenete necessario potete spiegare le motivazioni della vostra risposta

(massimo 1000 caratteri)

 

Valutazioni personali

11) Quali sono secondo voi i problemi dell’università pubblica, quali le soluzioni che potrebbero contribuire a risolverli? Vi invitiamo a scrivere suggerimenti e proposte su un singolo argomento (ad es. diritto allo studio, valutazione, governance) oppure sull’intero sistema con l’obiettivo di migliorare l’università!

(massimo 3000 caratteri)

 

Proponiamo di seguito alcune domande per tracciare il vostro profilo.

 

Sesso?

-        M
-        F

 

Età?

-        < 18
-        18 – 25
-        26 – 35
-        36 – 50
-        51 – 65
-        > 65

 

Professione?

-        studente
-        disoccupato
-        lavoratore dipendente a tempo indeterminato
-        lavoratore dipendente a tempo determinato
-        lavoratore autonomo
-        pensionato
-        altro:

 

Ultimo titolo di studio conseguito?

-        licenza elementare
-        licenza media
-        diploma di scuola media superiore
-        laurea
-        dottorato

Documento riassuntivo dei lavori dell’assemblea di Bologna

Il giorno 24 marzo 2012 studenti, dottorandi, precari, ricercatori e professori si sono riuniti insieme per la prima volta per riflettere sull’at­tuale stato dell’università italiana e per ribadire la sua funzione di servizio pubblico per il bene della società civile, il suo ruolo strategico per lo sviluppo anche economico del paese, la sua costituzione democratica.

Preso atto della continuità tra l’impianto neoliberista della rifor­ma Gelmini e le politiche universitarie del ministro Profumo, le componenti dell’università han­no approvato un documento in cui:

 

1) si rileva che la riforma non ha apportato nessun miglioramento all’efficienza del sistema uni­versitario;

2) si mostra preoccupazione per il crescente allontanamento dei giovani dall’università, fenome­no che i decreti 436 e 437 e l’istituzione del numero chiuso aggravano, mettendo in discussione il diritto allo studio in direzione di un’università elitaria;

3) si esprime contrarietà al decreto 437 che blocca il reclutamento e crea una classifica tra uni­versità di serie A e di serie B, con l’intento altresì di mettere in conflitto tra loro le varie compo­nenti universitarie;

4) si è favorevoli a politiche che riducano le figure e gli anni di precariato universitario pre-ruolo e pertanto promuovano un’unica figura di ricercatore a tempo determinato coperta da tenure track e che attribuisca gli stessi diritti delle altre figure strutturate;

5) si è contrari a procedure di valutazione che invece di favorire profili di qualità hanno come fine: di tagliare il welfare; di ridurre il numero degli atenei accentuando gli squilibri tra nord e sud del paese; di disincentivare la diffusione dei saperi prodotti in ambito accademico verso l’e­sterno. Si critica inoltre il ruolo di potere assoluto assunto dall’Anvur, che agisce in modo antide­mocratico senza consultare la comunità accademica per la definizione dei criteri valutativi. Si ri­tiene pertanto che la VQR debba essere immediatamente e temporaneamente sospesa;

6) si sostiene che l’impianto neoliberista mini alla base il funzionamento democratico dell’uni­versità e i diritti dei lavoratori. In tal senso la battaglia contro la de-strutturazione dell’università pubblica è anche la battaglia contro la de-strutturazione del mercato del lavoro. Si è pertanto con­trari alle riforme regressive degli ammortizzatori sociali, delle nuove forme contrattuali e del­l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

7) si richiede una revisione dell’impianto della legge Brunetta riguardo la valutazione del perso­nale tecnico amministrativo e la attivazione per i TA corsi di formazione e di aggiornamento;

8 ) si è contrari all’abolizione del valore legale del titolo di studio e del voto di laurea. Si contesta inoltre il questionario consultivo del ministro Profumo in quanto ideologicamente fazioso, meto­dologicamente capzioso e con gravi vizi di forma.

 

L’assemblea propone e chiede quindi:

1) un contro-questionario consultivo sul valore del titolo legale di studio, sui decreti 436 e 437 e sulla Riforma Gelmini, i cui risultati verranno presentati al Ministero;

2) di avviare in ogni ateneo una discussione sui decreti 436 e 437;

3) di costruire una rete inter-ateneo per ampliare il dibattito e le proposte volte a migliorare il funzionamento della ricerca, della didattica e della democrazia dell’università italiana. Per que­st’ultimo punto si ritiene importante anche un maggior controllo in ogni ateneo dei singoli statu­ti;

4) la costituzione di un coordinamento che si occupi di sorvegliare l’Anvur;

5) di costruire a livello territoriale una collaborazione con scuola ed enti culturali, sulla base del­l’interesse e della preoccupazione condivise per la formazione e la crescita culturale delle nuove generazioni;

6) di restituire autonomia agli atenei attivando nel contempo meccanismi di responsabilizzazione individuale e collettiva anche mediante l’introduzione del ruolo unico della docenza;

7) di riportare il finanziamento pubblico dell’università ai livelli della media europea;

8 ) di formare un gruppo di lavoro che si occupi di delineare le linee culturali e le modali­tà operative attraverso cui costruire un’università più democratica, aperta e di qualità.

Documento finale completo approvato dall’assemblea di Bologna

Università Bene Comune

 

Il giorno 24 marzo 2012 studenti, dottorandi, precari, ricercatori, professori associati e ordinari si sono riuniti per la prima volta in assemblea nazionale a Bologna per riflettere sullo stato attuale dell’Università ita­liana e sui provvedimenti necessari per restituire a questa il ruolo chiave che le spetta, in quanto istituzione pubblica, all’interno della società e dell’economia del nostro paese. A fine dibattito è stato adottato il seguente documento.

 

Studenti, dottorandi, precari, ricercatori, professori associati e ordinari
sono concordi nell’affermare che:

 

1) Dai primi provvedimenti del governo Monti emerge con evidenza che l’impianto ideologico neoliberista e antidemocratico della riforma Gelmini viene portato avanti anche dal ministero Profumo, malgrado anche coloro che avevano in un primo momento plaudito all’emanazione della riforma inizino a rendersi conto che essa non ha migliorato l’efficienza del sistema acca­demico.

 

2) Ci troviamo di fronte a un crescente distacco dei giovani dall’università: negli ultimi anni l’abbandono degli studi universitari è in aumento, le immatricolazioni in diminuzione come pure lo sono il numero dei laureati e delle retribuzioni post laurea. Il recente decreto governativo recante disposizioni in materia di diritto allo studio (atto governativo 436) fa pagare agli stu­denti il diritto allo studio, con un aumento delle tasse studentesche dal 93,5 a 160 euro (in media), senza specificare invece i criteri di merito e l’entità delle borse di studio. Le tasse stu­dentesche, già eccessivamente alte, andrebbero quindi diminuite piuttosto che aumentate,  rifi­nanziando il diritto allo studio in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Un diritto, infatti, non è tale se coloro che ne usufruiscono devono pagarlo, non è tale se è legato esclusivamente al successo negli studi, in quanto questa formula meritocratica realizza unicamente una funzione selettiva che è però in contraddizione con la finalità inclusiva dell’istruzione pubblica statale.

 

3) Occorre restituire all’università il suo ruolo di servizio pubblico e la sua dignità di istituzione democratica. Per questo per una verso rifiutiamo l’istituto del numero chiuso e quello dei prestiti d’onore (poiché in questo modo denaro pubblico servirà solo a garantire le banche creditrici) e per una altro verso chiediamo la copertura totale delle borse di studio ai meritevoli (la figura del­l’idoneo non beneficiario, infatti, è una vergogna solamente italiana) al fine di tutelare la qualità del servizio e di garantire agli studenti la possibilità di continuare a studiare, evitando che il sur­rettizio innalzamento dei criteri di merito trasformi un diritto in un privilegio riservato a pochi “eccellenti”.

 

4) Il decreto sul reclutamento negli atenei (atto governativo 437) strozza il turnover solo per fare cassa e crea una gerarchia tra atenei volta a di­stribuire in modo discriminatorio il finanziamento pubblico. Pone in contraddi­zione le istanze legittime degli studenti, dei ricercatori e dei professori, in quanto premia le università con le tasse studentesche più alte concedendo loro maggiore possibilità di reclutamento.

 

5) E’ fondamentale mantenere l’entusiasmo dei giovani verso la ricerca a partire dalla loro for­mazione (il dottorato).  Attualmente, invece, il sentimento dominante dei giovani ricercatori ver­so questo mestiere è la frustrazione. A causa delle loro condizioni precarie e delle scarse risorse  messe a loro disposizione, i giovani impiegano infatti metà del loro tempo a presentare ogni anno una decina di progetti, di cui forse ne vinceranno uno, invece di poter dedicarsi a tempo pieno alla ricerca.

Per questo riteniamo necessario riportare il turnover al 100% delle risorse liberate dai pensiona­menti  e accoppiarlo ad un urgente piano straordinario di assunzioni, per garantire continuità e qualità al lavoro delle decine di migliaia di docenti-ricercatori attualmente precari. Ciò favorireb­be un miglioramento complessivo della loro produzione scientifica e allo stesso tempo si amplie­rebbe l’offerta didattica ponendo fine al dilagare dei corsi a numero chiuso. La lotta contro il pre­cariato è quindi una lotta per un’università diffusa, vitale e di qualità. A questo fine riteniamo  necessario adottare un’unica figura pre-ruolo a tempo determinato con tenure track e con piena tute­la dei diritti all’interno di un reclutamento ciclico ed  ordinario, cancellando tutte le attuali figure precarie. Nell’ambito della normativa attuale, chiediamo dunque che vengano favorite le forme di reclutamento che minimizzino la durata temporale del precariato.

 

6) Il  tema, in sè condivisibile, della valutazione è stato fortemente strumentalizzato al fine di sottrarre risorse al sistema della ricerca pubblica statale senza incentivarne la qualità. La valuta­zione, invece, dovrebbe servire a migliorare la qualità del sistema, non a determinare riduzioni di finanziamento delle strutture o accelerazioni delle carriere. Il processo innescato dall’Anvur (che riguarda anche gli enti di ricerca) non crea profili di qualità, ma trasforma la valutazione in un processo politico e non scientifico funzionale al disegno politico  di tagliare il welfare. La valuta­zione della ricerca dell’ANVUR avviene, infatti, per via gerarchica: accentrando un enorme po­tere nelle mani di pochissimi, retroagisce con forza sull’attività scientifica negando il carattere collettivo alla produzione del sapere (come testimonia la scelta di valutare solo prodotti indivi­duali). Inoltre, questa valutazione si basa su criteri fondamentalmente arbitrari e inadeguati: essi hanno come primo reale obiettivo quello di tagliare le risorse complessive da destinare all’uni­versità pubblica statale. Infatti, come hanno ammesso gli stessi membri dell’Anvur, si progetta la chiusura di alcuni atenei e l’introduzione di una differenziazione degli atenei in teaching univer­sities e research universities. Bisogna invece mantenere il fuoco sulle finalità sociali della ricerca e sulle modalità con cui esse vengono perseguite.

Per questo crediamo che: 1) la ricerca debba essere valutata ai fini di una valorizzazione premiale di ricercatori e strutture (e non con intento punitivo) a prescindere da ogni forma di gerarchia accademica e di ranking di riviste; 2) vada rivisto il criterio che garantisce l’anonimato dei referee delle pubblicazioni scien­tifiche; 3) affinché venga garantito un accesso più libero alla conoscenza e a una conoscenza di qualità, vadano messi in discussione i numerosi master e corsi creati in questi ultimi anni, che servono solo a tutelare baronie e a finanziare università private; 4) si dia priorità alla disseminazione del sapere, affinché l’investimento nella ricerca diventi concretamente un investimento per la società orientato alla crescita collettiva del sapere.

Chiediamo pertanto: a) la sospensione immediata e temporanea della VQR fino a quando i criteri di valutazione non verranno ridefiniti con la compartecipazione della comunità scientifica allar­gata; b) di ricondurre l’Anvur – ente i cui costi di gestione si stima possano superare l’investi­mento destinato ai PRIN – al suo ruolo di ente strumentale e realmente indipendente di valutazio­ne e non di organo ministeriale di programmazione e decisione del futuro delle Università italia­ne.

 

7) L’assunto neoliberista, che traspare nei  provvedimenti ministeriali ed è radicato anche nel peggiore mondo universitario (come le vicende che hanno riguardato l’approvazione degli statuti degli atenei mostrano), svuota di significato la democrazia. Secondo tale assunto, infatti, il siste­ma universitario deve poggiare sull’eccellenza e la meritocrazia, due concetti antitetici alla libera produzione e circolazione del sapere.

Inoltre, in tale assunto, così come è stato finora applicato, è implicita l’idea che studiare non ser­va, che la cultura sia un privilegio per pochi e che l’università sia sovradimensionata e si debba autosostenere con le tasse studentesche e con fondi esterni di ricerca. Di primaria importanza, pertanto, è realizzare un fronte comune affinché non si corra il pericolo di una guerra tra ‘poveri’: la lotta per i diritti di tutti deve essere una lotta di tutti per migliorare l’università pub­blica.

 

8 ) La destrutturazione dell’università è speculare alla destrutturazione dei diritti nel mondo del lavoro. L’idea dell’attuale governo è infatti che il nostro paese possa competere solo se si abbat­tono i salari e se si riescono ad attrarre fantomatici investitori internazionali con la eliminazione dei diritti fondamentali. Crediamo invece che senza diritti e senza garanzie per i lavoratori, senza investimenti programmatici per il funzionamento ordinario dell’università, senza compensi ade­guati anche per chi lavora nel mondo della conoscenza, non sia possibile una vera competizione su scala internazionale. Perché dunque l’università funzioni come agente promotore dell’econo­mia italiana e del benessere della società, essa deve continuare ad essere un bene comune. Chie­diamo pertanto il superamento delle politiche di austerità imposte agli Stati che ostacolano il fun­zionamento e la crescita dell’università pubblica. Nel contesto generale, esprimiamo contrarietà alla “riforma-bluff” degli ammortizzatori sociali, delle forme contrattuali e dell’art.18 dello sta­tuto dei lavoratori.

 

9) L’impianto della legge Brunetta e in particolare l’istituto della valutazione della performance individuale del personale tecnico-amministrativo, che è risultato fallimentare e meramente vessa­torio, riteniamo vadano rivisti. Chiediamo pertanto che si esaminino con attenzione le criti­cità introdotte per il PTA dalla riorganizzazione delle università prevista dalla legge Gelmini. Ri­badiamo inoltre l’importanza del contratto per il personale TA e chiediamo di riattivare la formazione e l’aggiornamento del personale tecnico amministrativo.

 

10)  Il valore legale del titolo di studio e il valore legale e uniforme del voto di laurea (VLTS) devono essere mantenuti. Critichiamo fortemente il metodo capzioso con cui sono stati costruiti i quesiti del questionario proposto dal Ministero e, indipendentemente dalla partecipazione o meno al sondaggio del Miur, proponiamo pertanto un contro-questionario au­togestito nel quale si richiederà anche un parere sulla legge Gelmini e sui decreti sul diritto allo studio e sul reclutamento negli atenei. Il nostro intento è che si avvii un’ampia discussione pubblica sul tema del VLTS e sulla attuale si­tuazione dell’università,  per mettere il mondo universitario e non universitario in condizione di esprimere in piena libertà il proprio parere su questa fondamentale questione. A tale riguardo proponiamo di organizzare una presentazione pubblica al ministero dei risultati del controque­stionario.

 

11) Il rafforzamento del sistema piramidale di distribuzione dei poteri all’interno dell’università è stato ed è rispettivamente il fondamento e il collante della contro-riforma della legge 240.

E’ questo un sistema in cui ricercatori associati e ordinari (e talvolta perfino precari sotto le spo­glie dei docenti a contratto) condividono la unitarietà della funzione docente, ma in cui manca il riconoscimento formale di tale unitarietà. A uguali doveri e funzioni di didattica e di ricerca non corrispondono uguali diritti. Il sistema baronale si autorigenera: esso infatti si nutre della segre­gazione in caste (le fasce della docenza) ed è perpetuato dall’esercito di riserva dei precari; una piccola parte di docenti decide per tutti e decide anche la sua successione. Questa piccola parte di docenti ha richiesto interventi sul sistema dell’università pubblica statale, formalmente legittima­ti dalla situazione di sofferenza estrema, anzi, per non usare eufemismi, di agonia, a cui l’Univer­sità pubblica è stata condotta dagli stessi attori e promotori della controriforma. Interventi, fram­mentari ma forse neanche troppo, ipocriti per non dir fedifraghi, venduti sotto le mentite spoglie del riordino della spesa, che sono veri attentati alla Costituzione, che hanno tolto l’ossigeno al si­stema istruzione. Esso era un sistema vitale e capillare, di cui l’Università è parte importante ed essenziale, che è stato ridotto, come si è detto, a rantolare, e al cui capezzale i suoi stessi assassi­ni, adesso travestitisi da crocerossine, si propongono come rianimatori.

L’intervento centrale per neutralizzare questo sistema inefficiente e autoreferenziale di potere è l’introduzione del ruolo unico della docenza. Esso, distribuendo il potere decisionale tra tutti i componenti della comunità accademica, da un lato ne sottrarrebbe il monopolio a coloro che hanno provocato gravi guasti e da un altro lato spezzerebbe l’odiosa oligarchia degli ordinari-ba­roni. Si tratta di una regola di semplice democrazia: distribuire la capacità decisionale e il potere di governo ai governati. Sia chiaro e fermo: il ruolo unico non è e non sarà mai l’ope legis! Rico­noscere uguaglianza dei diritti nella diversità delle fasce non significa promuovere tutti, senza valutazione, alla fascia superiore. Le progressioni di carriera devono comunque avvenire dopo una indipendente valutazione dell’operato scientifico didattico e gestionale del valutato: senza né automatismi né arbitrarietà.

È intuitivo che la progressione di carriera, all’interno del ruolo unico cioè svincolata dall’acquisi­zione di prerogative di governo accademico, avrebbe ricadute solo, o quasi, sul trattamento eco­nomico; ciò scaricherebbe di tensione corporativa la valutazione stessa e la spingerebbe verso più sereni e oggettivi giudizi. Né, per vero, il ruolo unico escluderebbe che alla carica apicale si possa accedere solo dopo un certo numero di valutazioni positive, ma ciò non implica che l’ac­cesso alle cariche di governo sia come criterio generale riservato a pochi. In verità è innegabile che le capacita personali di ricercatori associati ordinari nulla hanno che vedere con la fascia di appartenenza, perché tutti fanno lo stesso mestiere; con gli stessi strumenti, metodi, contenuti, fi­nalità. Dunque, è privo di senso sottrarre al governo dell’università la sua parte più giovane, in­novatrice ed entusiasta.

§

Sulla base, dunque, di questi intenti e principi comuni l’assemblea di Bologna:

 

1) propone di avviare in tutti gli atenei italiani e in ogni dipartimento e facoltà una discussione sui decreti sul diritto allo studio e sul reclutamento negli atenei, già approvati eppure mai discussi se non in rari casi all’interno degli ate­nei, con la sottomissione e l’approvazione di mozioni sui decreti suddetti;

2) propone di costituire un ambito di discussione trasversale, da articolare a livello di ateneo, per sviluppare proposte e iniziative sui temi contenuti in questo documento;

3) propone di costituire un nucleo di coordinamento che viva nei territori e metta in contatto le varie organizzazioni che lavorano sull’Università e la scuola pubblica, al fine di mostrare la con­tinuità e l’importanza di ogni ruolo: studenti, insegnanti, docenti, ricercatori precari e strutturati, PTA, dottorandi e chiunque viva dal basso l’università e la scuola;

4) chiede l’immediata assunzione di tutti i ricercatori vincitori di concorso in attesa di presa di servizio;

5) propone che in tutte le sedi ci si impegni per far modificare gli Statuti nella direzione della massima democraticità, a partire da l’elezione diretta dei Consigli di Amministrazione da parte di tutti i componenti;

6) propone di pensare e realizzare iniziative di testimonianza e protesta anche al di fuori del­l’ambito universitario;

7) promuove la costituzione di un coordinamento tra scuola, università, cultura ed enti di ricerca da realizzare a livello locale e nazionale;

8 )  propone la costituzione di un gruppo che effettui un monitoraggio costante dell’attività del­l’Anvur;

9) propone di restituire l’autonomia agli atenei accoppiandola ad un’effettiva responsabilizza­zione della loro gestione; responsabilizzazione che non è ottenibile fuori da un modello di gover­no che si invera nel ruolo unico;

10) ritiene indifferibile portare il finanziamento pubblico dell’università italiana alla media eu­ropea;

11) propone la costituzione di un gruppo di lavoro che delinei in un documento un progetto ar­ticolato contenente le linee culturali e le modalità operative attraverso cui costruire un’università più democratica, aperta e di qualità.